martedì 13 gennaio 2015

Un anno con Tino Sehgal non ci stancherà

Anno nuovo, direzione nuova per il museo Stedelijk di Amsterdam. E Beatrix Ruf inaugura il suo ruolo nel migliore dei modi scegliendo di dedicare l’intero 2015 a Tino Sehgal. Non si tratta certo di una scommessa su una nuova scoperta, ma la qualità del suo lavoro è apprezzata universalmente e la fortuna dell’artista è strettamente legata al museo olandese, che lo ha promosso fin dagli esordi nei primi anni 2000. Solo più tardi la celebre "This is contemporary" per cui tutti lo ricordiamo approdò alla Biennale di Venezia, a Documenta, al Guggenheim di New York e alla Tate Modern.

Tino Sehgal

Un capitolo diverso per ogni mese, così Tino Sehgal riempirà gli spazi dello Stedelijk con le sue “situazioni”. Un progetto lungo un anno che di certo metterà ancora una volta alla prova la nostra concezione di performance in relazione a un’esposizione permanente e che darà vita a una nuova opera globale, frutto delle connessioni instaurate attraverso il susseguirsi delle diverse azioni nell’arco del tempo.

Tino Sehgal

Si comincia con Instead of allowing some thing to rise up to your face dancing bruce and dan and other things (2000), il primo lavoro acquisito dal museo nel 2004, dove una figura umana sdraiata sul pavimento si muove seguendo una serie di posizioni che ricordano le opere di Bruce Nauman and Dan Graham. Un dialogo fra tradizione e contemporaneità, museo e performance live, attore e spettatore che mantiene ancora oggi la sua forza espressiva. Nel corso dei mesi le performance saranno sempre più coinvolgenti, invitando a partecipare anche i visitatori del museo.

L’esposizione diventa un fenomeno, un’esperienza, il museo uno spazio fluido in cui le opere "accadono", non semplicemente sono esposte. E, diciamolo, anche una trovata geniale per far tornare con piacere il pubblico del museo ogni mese. A quando un’iniziativa simile in Italia?

A Year at the Stedelijk: Tino Sehgal
a cura di Beatrix Ruf and Martijn van Nieuwenhuyzen
Stedelijk Museum, Amsterdam
gennaio-dicembre 2015




 
A Year at the Stedelijk: Tino Sehgal
A Year at the Stedelijk: Tino Sehgal

lunedì 12 gennaio 2015

Un incontro con Pier Paolo Calzolari alla GAM di Torino

La rassegna dedicata ai videomaker degli anni Sessanta e Settanta curata da Elena Volpato per la GAM di Torino continua con l’eccezionale Pier Paolo Calzolari. 
L’artista bolognese, più noto per i suoi lavori di tipo installativo contraddistinto da materiali poveri, dal ghiaccio al neon, racconterà questo altro versante della sua opera domani 13 gennaio alle 18.30 in un incontro gratuito. Un'occasione imperdibile per incontrare uno dei più interessanti artisti italiani e comprendere il ruolo che il suo studio bolognese a Palazzo Bentivoglio ebbe i quei caldi decenni  sia come luogo di incontro tra gli esponenti delle avanguardie internazionali, artistiche ma anche teatrali, sia come studio di registrazione di opere filmiche di altri colleghi.

Calzolari GAM
Pier Paolo Calzolari, Cucù – The glass reflects [da Day after Day a Family Life], Bologna, Berlino, 1972-1973       Performers: Pier Paolo Calzolari e Ginestra Bendini © Pier Paolo Calzolari Courtesy Archivio Fondazione Calzolari
Un appuntamento da segnare in agenda anche per ripercorre insieme a Pier Paolo Calzolari la nascita e lo sviluppo del ciclo di opere intitolato Day after Day a Family Life, da cui sono tratti i video selezionati dalla Videoteca della GAM di Torino visibili fino al 22 marzo grazie alla collaborazione con la Fondazione Calzolari. In mostra anche un lavoro di Gerry Schum del 1970 tratto da Identification appartenente alla collezione della Videoteca.

incontro con Pier Paolo Calzolari: martedì 13 gennaio alle 18.30
Videoteca GAM
Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea
via Magenta 31

orari mostra: martedì-domenica 10.00-18.00

sabato 3 gennaio 2015

Qualche riflessione su GLITCH, la mostra in chiusura al PAC di Milano

Fra pochi giorni chiuderà la mostra che ha caratterizzato l’autunno del PAC di Milano: GLITCH, curata da Davide Giannella è un esperimento inusuale (almeno per Milano), ambizioso, complesso. Le sale dello storico spazio progettato da Ignazio Gardella si sono popolate di proiezioni, installazioni ed eventi performativi alla ricerca delle interferenze fra arte e cinema in Italia negli ultimi 15 anni. Ed ecco spiegato il titolo.


Una macchina espositiva che merita sicuramente qualche considerazione:

Il curatore: Davide Giannella è nato nel 1980, è un giovane curatore indipendente e sono convinto che a questa generazione destinata a rinnovare rapidamente le proprie categorie di pensiero, ad abituarsi alla flessibilità e, a proposito del tema della mostra, destinata a vivere in prima persona il passaggio da analogico a digitale, vada lasciato più spazio. Mettiamoli alla prova.

Il progetto: nel voler descrivere come l’arte contemporanea italiana abbia ridisegnato il concetto di storytelling attraverso il medium del video, vedendo assottigliarsi il confine fra cinema, arte e produzione amatoriale, GLITCH ha trasformato il PAC in un piccolo multisala. 64 film d’artista spalmati su due programmi alternati. Una mostra ricca, ma difficile da cogliere a pieno. La selezione è sempre troppo ardua, ma forse necessaria in questo caso. Avrei preferito un ciclo di rassegne anche più brevi, magari tematiche, piuttosto che una grande mostra-calderone in cui la mancanza di tempo e il naturale calo attentivo rischiano di far perdere al visitatore dei capolavori.


Gli artisti: la meglio gioventù italiana, nomi che seguo da un po’ (Alterazioni Video, Ancarani, Rä di Martino, Trevisani), altri ormai consacrati anche dal grande pubblico dell’arte contemporanea e non solo (Vezzoli su tutti).

Le opere: non solo video, la mostra è completata da una serie di installazioni che instaurano relazioni con il linguaggio e l’immaginario cinematografico. Un’idea interessante, un tentativo di ricondurre la mostra verso la dimensione più propriamente artistica, ma in alcuni casi mi è parso si trattasse, più che di un valore aggiunto, di una rischiosa deviazione dal concept della mostra e un ulteriore elemento di sovrabbondanza.

Courtesy Rä di Martino
L’opera del cuore: fra i filmati che sono riuscito a vedere e le opere installative, c'è qualcosa che più di tutto mi ha rubato il cuore, come sempre. Si tratta della serie fotografica di Rä di Martino, No more stars, Abandoned Movie Props, dove gli scenari cinematografici di Star Wars abbandonati ma ancora permeati di cultura americana diventano, attraverso lo sguardo dell’artista e con i loro oggetti dimenticati, inconsapevoli ambientazioni di land art nel deserto tunisino. Quasi metafisiche.

GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia
PAC, Milano 
fino al 6 gennaio


Foto della mostra: Nico Covre, Vulcano 2014

giovedì 1 gennaio 2015

Uno strepitoso Olafur Eliasson alla Fondation Louis Vuitton

Il mio augurio per il 2015 è quello di non stancarsi mai di sognare, varcare i confini, superare se stessi. Perché non farlo grazie a una stupenda mostra d’arte? Lasciatevi rapire dal cosmo ricostruito da Olafur Eliasson alla Fondation Louis Vuitton di Parigi, che ospita la seconda personale francese dell’artista dalla mostra del 2002 al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris.

Olafur Eliasson Parigi
Eliasson ha studiato per la mostra “Contact” un gioco di ombre e di luci in movimento che paiono trasportare il visitatore nell'oscurità di un ambiente esterno, per esplorare il rapporto tra l'io, lo spazio e l'universo, invitandolo a forzare i propri sensi, a metterli alla prova per scoprire la ricchezza dell'immaginazione, per spostare un po’ più in là la linea di confine fra il noto e l’ignoto.

Olafur Eliasson Parigi
Sul tetto della Fondation Louis Vuitton Eliasson ha installato un apparecchio che traccia i raggi solari e in determinati orari li direziona verso un prisma multifaccia sospeso all’interno dell’edificio creando un gioco di riflessi.

Olafur Eliasson Parigi
Tutta la mostra interagisce con l’inedita commissione Inside the orizon per la quale Olafur Eliasson ha collaborato con Samuli Kosminen per il sound e che invita a dialogare con l’architettura della Fondazione grazie all’incontro fra luce solare, ombre, riflessi che cambiano la prospettiva delle pareti, dell’ambiente circostante e dei visitatori stessi. Un’altra incredibile prova dell’artista di origine islandese da non perdere.


Olafur Eliasson, Contact
Fondation Louis Vuitton, Parigi
fino al 16 febbraio 2015

Photo credits: Courtesy Olafur Eliasson e Fondation Louis Vuitton